Forza, il meglio è passato… – R.0048

Il teatro della Corte di Osoppo era praticamente pieno ieri sera per lo spettacolo di Giorgio Pasotti. Fin dalle prime battute fui preso da una sorta di déjà vu, era come se avessi già assistito a quello spettacolo un po’ di tempo fa. Pensa che ti ripensa trovai l’origine di quella reminescenza: pressochè lo stesso spettacolo ma con un nome diverso. La prima volta che lo vidi si intitolava “Da Shakespeare a Pirandello” (cfr.  https://a1reviewer.wordpress.com/2016/12/09/da-shakespeare-a-pirandello-r-00011/ )

Scatta quindi la caccia alle differenze, il confronto tra i due spettacoli diventa inevitabile. Ieri sera al teatro della Corte Pasotti mi è piaciuto, sì mi è piaciuto di più della volta precedente, mi è piaciuto ad un punto tale da ritenere che “Forza, il meglio è passato…” dovrebbe essere uno spettacolo che tutti coloro che si stanno avvicinando al teatro dovrebbero vedere. L’attore bergamasco guida lo spettatore in un viaggio nel tempo scandito dalle opere immortali di Shakespeare, Dante, Goldoni e Pirandello. Apre lo scrigno che contiene uno dei tesori più preziosi della cultura italiana, l’origine stessa del teatro moderno: la commedia dell’arte! Pasotti fa parlare il massimo rappresentante di questa arte, Arlecchino! Che non è solo una maschera è un archetipo, è colui che dice quello che pensa, senza temere conseguenze perchè di bastonate ne ha già prese tante. Che cosa è rimasto nel cuore dopo la chiusura del sipario? E’ rimasto un messaggio: il teatro è poesia, lo è sempre. “Forza, il meglio è passato…” ci ha fatto capire che il teatro è un mezzo di comunicazione potente perché realtà nella finzione. Conoscete un modo più efficace di dire la verità se non facendola passare per una favola? Signore e signori ecco a voi il teatro!

Mi raccomando, se un giorno doveste decidere di fare gli attori e doveste aver la fortuna di calcare un palcoscenico, a fine spettacolo minimo due inchini e al massimo sei.

Le emozioni sono arrivate in ultima fila? Certamente! Ieri sera le emozioni erano universali!

Nota: Pasotti mi spieghi perché non ci hai emozionato così anche la volta scorsa?

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“Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità” – R.0047

Sala stracolma per l’ennesimo film su Vincent Van Gogh. Quando si parla di questo pittore per me si tratta di una questione di cuore e quindi chi si azzarda in un’impresa simile deve farlo come si deve. “Van Gogh, sulla soglia dell’eternità” è un film riuscito a metà. Bella l’idea di ripercorrere la vita di Vincent attraverso i suoi occhi, le sue lettere, i suoi luoghi. Willem Defoe è da Oscar. Ma che cosa è andato storto allora? Tutto il resto. I dialoghi sono quasi assenti ma soprattutto le riprese sembrano quelle di un reportage di guerra. Capisco che il regista abbia voluto rendere l’impeto del genio di Van Gogh nel modo più intenso possibile ma questo non significa indurre il mal di mare negli spettatori. Indugiare con sfocature volute per enfatizzare la pazzia del maestro olandese non significa provocare il mal di testa nel pubblico. In certi momenti avevo persino di lasciare la sala prima della fine del film a causa del malessere che mi stavano provocando quelle riprese così… ehm… estreme? Le emozioni sono arrivate all’ultima fila? Ci sarebbero anche arrivate ma il voltastomaco le ha precedute. Tentativo sprecato. Delusione.

N.B.: Nel film l’assenzio è servito in modo corretto, una volta tanto.

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“Black Mirror: Bandersnatch ” – R.0046

20190101_154422“Black Mirror”, il film, non la serie. Porco mondo quelli di Netflix hanno avuto l’ideona! Un film interattivo in cui tu, abbonato, decidi come andranno le cose, decidi anche il finale. Messa così sembrerebbe un’idea rivoluzionaria ma qui casca l’asino la trama è come un minestrone in cui assieme alla verdura ci hai messo anche il ketchup ed il latte condensato: ingredienti che presi uno ad uno sarebbero anche buoni ma se presi singolarmente fanno vomitare. “Black Mirror” è ambientato negli anni ’80 e narra la storia di un ragazzo appassionato di videogiochi che, dopo aver letto il libro di uno svitato che ha ucciso la moglie, decide di inventare un gioco interattivo in cui è il giocatore stesso a compiere le scelte che definiranno la trama. Una software house apprezza il pensiero e decide di aiutare il ragazzo a sviluppare il progetto affiancandogli un programmatore professionista e un po’ tossico. Per farla breve il ragazzo si rende conto della presenza di una qualche entità che sembra decidere al suo posto svariati aspetti della sua vita. Beccato! Sì, sei proprio tu con il telecomando in mano a rovinare l’esistenza di quel povero disadattato, tanto da costringerlo a rivolgersi ad uno psicologo.  Comincia a dare di matto fino al punto di uccidere suo padre (sua madre era morta in incidente ferroviario anni prima). La scadenza per la consegna del gioco alla software house è vicina ed il giovane programmatore è indietrissimo. Il film finisce con il ragazzo in galera per omicidio, il gioco mai uscito e la software house fallita. E poi? Boh. Oh, prima che qualcuno cominci a gridare allo spoiler. Quella che ho illustrato è solo una delle possibili trame. Per quanto ne so quel ragazzo potrebbe aver abbandonato la programmazione per ritirarsi in un monastero tibetano o in un kibbutz. Ricordate che qualcuno aveva messo il ketchup nella minestra. In definitiva l’ho trovato un esperimento più che un film vero e proprio.

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“Bohemian Rhapsody” – R.0045

PREMESSA
Iniziai ad appassionarmi ai Queen nel settembre del 1991 quando in tv trasmettevano lo spot promozionale dell’album “Innuendo” con quel magico passaggio di chitarra spagnola che caratterizzava la canzone omonima. Mi ricordo che quello era uno di quegli anni in cui a liceo, da ripetente, ero in banco con mio cugino che, quando gli accennai a quella canzone, mi rispose: “I Queen, quelli di Mercury?” Mercury? Che nome strano, come la famosa marca di motori per barche. Ecco ciò che pensai la prima volta che sentii quel nome. Comprai il CD, Mercury morì di lì a poco e mi dispiacque perché sapevo che non sarebbero usciti altri album della mia nuova band preferita. Nel corso del tempo comprai tutti i cd possibili ed immaginabili dei Queen, persino qualche vinile, ne diventai un appassionato. Ero così preso da quel gruppo da dire al mio prof. di filosofia, il carissimo professor Battistin, che assomigliava terribilmente a John Deacon, il bassista. Con il passare degli anni l’interesse nei confronti della band londinese non diminuì anche se non mi azzardai mai ad acquistare quelle raccolte che uscirono alcuni anni dopo la morte di Freddie.
Ieri ho avuto l’occasione di vedere il biopic “Bohemian Rhapsody” che avrebbe voluto essere un film biografico su Freddie Mercury dai suoi inizi artistici fino al Live Aid del 1985 durante il quale l’esibizione dei Queen fu ritenuta da molti la migliore di tutta la loro carriera e dell’intera manifestazione. Secondo me “Bohemian Rhapsody” non è un film su Freddie Mercury o sui Queen, ma è un film su un artista COME Freddie Mercury e su un gruppo COME i Queen. E’ un film dal forte impatto emotivo perché mette in risalto tutti i conflitti interiori di Freddie con la propria identità sessuale, mette in risalto i pregiudizi dell’epoca (ancora più forti di quelli attuali) nei confronti degli omosessuali e comunque di chi appariva in qualche modo eccentrico. In “Bohemian Rhapsody” si può osservare quanto sia perverso il mondo della discografia e quanto possa essere rischioso per una band rifiutarsi di scendere a compromessi con un manager che vede i profitti prima del valore artistico. Ma i Queen sono i Queen e Mercury era un artista come ne nasce uno ogni cento anni. E’ stato un film che rivedrei anche ora e che mi ha fatto venire voglia di dare una spolverata a quei vecchi CD. “Bohemian Rhapsody” porta con sé un messaggio fondamentale, anzi due: se vuoi arrivare in cima o almeno vuoi realizzare il tuo sogno supremo, devi faticare, devi prendere la tua dose di porte in faccia. Se hai un sogno supremo devi crederci fino all’inverosimile, devi crederci anche se ti ritrovi ad essere l’unico che ci tiene, più è difficile più è grande la soddisfazione quando lo realizzi.

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Partenza In Salita – R.0044

Il Teatro della Corte di Osoppo era quasi pieno stasera per lo spettacolo “Partenza in salita” con Corrado Tedeschi e sua figlia Camilla. Uno spettacolo in cui un padre ed una figlia si confrontano sui temi classici che caratterizzano l’apparente distanza tra genitori e figli. In “Partenza in salita” però si tratta di qualcosa di più, è la storia personale di Corrado Tedeschi e di sua figlia, la loro vita, con le assenze lavorative di lui ed il risentimento di lei, tutto raccontato nel contesto di un imminente esame pratico di scuola guida. Lo spettacolo si regge quasi esclusivamente sul testo, il botta e risposta, le battute simpatiche anche se non eccezionali da entrambe le parti. Devo ammettere che comunque nel corso della rappresentazione c’è un’evoluzione nei personaggi: all’inizio abbiamo una Camilla scontrosa e sgarbata ed un padre che cerca in tutti i modi di stabilire un dialogo con lei. Verso la fine la protagonista si rende conto che è proprio il padre la persona che la capisce di più o che almeno tenta di farlo. Il loro legame si ricompone quando di fronte alla malattia del padre le barriere cadono del tutto. Come si è detto, lo spettacolo si è basato sul testo più che sulla recitazione, Tedeschi padre è incappato in svariati errori che un attore della sua esperienza non può permettersi: rigido a tratti, errori sul copione. Sua figlia Camilla è stata fresca e frizzante anche se si percepiva in lei una certa emozione nel trovarsi sul palco di un teatro (nonostante non fosse la prima volta). Lo spettacolo è stato nel complesso gradevole e divertente, i Tedeschi ci hanno regalato una bella serata. Le emozioni sono arrivate nell’ultima fila? Certamente! Ingranando la prima e premendo dolcemente sull’acceleratore.

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Nel Nostro Piccolo – R.0043

Teatro quasi pieno stasera al Giovanni da Udine per lo spettacolo “Nel Nostro Piccolo” del duo comico milanese Ale & Franz. Chi ha in mente i due attori, seduti su una panchina in un parco immaginario, mentre si scambiano battute taglienti e surreali, ha semplicemente sbagliato spettacolo. “Nel nostro piccolo” è uno spettacolo agrodolce che racconta le storie di uomini apparentemente perdenti perché appartenenti a classi sociali convenzionalmente deboli. Ecco quindi avvicendarsi sul palco due anziani alle prese con i cambiamenti repentini che si verificano attorno a loro e che non riescono a comprendere pienamente. Due anziani diffidenti nei confronti dei giovani e decisamente pessimisti riguardo al futuro. Dopo un breve intermezzo musicale ed una sequenza di immagini raffiguranti dei senzatetto, Ale e Franz si trasformano nei due familiari frequentatori di un parco immaginario. La mitica panchina ed un accenno alle battute per le quali sono diventati famosi, ma subito il tono cambia un pochino ed ecco che sul palco abbiamo: da una parte un uomo comune che si scontra contro il pachidermico sistema chiamato “banca” e dall’altra un rappresentante di questo sistema. L’esito di questo scontro è che l’uomo comune si deve arrendere a quel sistema che lo schiaccia perché il suo avversario è riuscito a convincerlo che quel sistema è dalla sua parte, pur sapendo, in cuor suo che non è vero. Infine, ecco un senzatetto alle prese con un angelo custode paziente e dolce. Il poveretto, viste le condizioni in cui si trova, è convinto di aver fallito, di aver commesso solo una serie infinita di errori, ma l’angelo lo convincerà del contrario. Il messaggio finale di “Nel Nostro Piccolo” è che qualsiasi sia la vita che stiamo vivendo, per quanto difficile possa essere andare avanti, ci sarà sempre qualche sprazzo di sereno, qualche momento felice e che bisogna goderseli. Un altro elemento caratterizzante lo spettacolo di stasera è stato la sua “milanesità” dagli omaggi ai grandi Gaber e Iannacci alle numerose incursioni in dialetto milanese. La città che cambia in fretta, la città che inghiotte i più deboli, la città in cui i giovani non ce la fanno, potrebbe essere una qualunque, ma stasera quella città era Milano. Le emozioni sono arrivate fino in terza galleria? Sì, sono arrivate, un po’ sonnecchianti ma sono arrivate.

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(Tra Parentesi) La Vera Storia Di Un’Impensabile Liberazione – R.0042

Platea gremita stasera al Benois di Codroipo per lo spettacolo “(Tra Parentesi) La Vera Storia Di Un’Impensabile Liberazione”. Massimo Cirri e Peppe Dell’Acqua ci hanno raccontato di come un sogno apparentemente impossibile possa diventare realtà. Il giornalista ed il medico ci hanno parlato di com’era la vita negli ospedali psichiatrici dagli anni ’60 del secolo scorso fino all’approvazione della famosa legge 180 nel 1978. Giovani medici, con l’incoscienza tipica della loro età, partivano all’inseguimento di un sogno senza curarsi molto delle eventuali conseguenze. Dialogando con i malati, creando rapporti apparentemente impossibili, si era creata una sorta di collaborazione medico-paziente impensabile fino a poco tempo prima. Il riassunto di questo immenso lavoro fu la realizzazione di una scultura dalle sembianze di un cavallo azzurro, chiamato Marco Cavallo. Il progetto va in porto, non senza difficoltà, ed alla fine Marco Cavallo ed i pazienti trovano la libertà tra le strade di una Trieste sbigottita. Argomenti nobili e trattati con delicatezza ma quello di stasera non era teatro. Niente attori, solo due professionisti preparati che hanno raccontato una storia. Il teatro è tutt’altro. Le emozioni sono arrivate in ultima fila? No, si sono fermate da qualche parte chissà dove, non sono mai arrivate.

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